Quanto era solare, aveva un sorriso caldo come le domeniche di primavera.

Passava da un discorso all’altro, aveva troppo da dire, troppo da vivere e il tempo le scorreva troppo velocemente nelle vene.
Non era bella da copertina, ma sapeva esserlo solo rimanendo vera nella sua semplicità.

Nella sua perfetta imperfezione aveva un terribile difetto: non sapeva dire “addio”.
Le era ovviamente capitato di non sentire più qualcuno, di chiudere un rapporto, ma in fondo, per lei nulla era realmente chiuso. Sarebbe stata capace di non di dire di no nemmeno al suo maggior nemico.

Non era mica bontà d’animo la sua, semplicemente non aveva mai detto “addio”.

Un’impossibilità strana la sua, un’impossibilità che un giorno le rese impossibile continuare a vivere. Un’impossibilità che le costò il sorriso per un po’.

Amava, amava tanto, forse anche troppo, amava con ogni fibra del suo essere.
Amava da farsi male, da dimenticare di mangiare perché c’era chi la cercava.
Era buona: era buona e non sapeva dire “addio”.

Un giorno come tanti, un giorno giusto per amare, uno dei suoi più cari amici, forse anche l’unico, dopo una lunga assenza dettata dalla volontà di prendersi i suoi spazi, lei reclamò dolcemente la sua presenza.
Lui gli mancava terribilmente: aveva troppe cose da dirgli, troppo abbracci che aveva conservato per lui, aveva ancora un rullino da consumare insieme tra risate e bolle di sapone.

Aveva tempo arretrato da vivere con lui.
Dopo varie esitazioni, lui andò.
Ma tutto era diverso, anche la sensazione nello stomaco di lei era diversa. Non c’era la solita euforia, c’era qualcosa di strano: c’era imbarazzo.

“Eppure tra noi mai un attimo è stato fatto d’imbarazzo”, pensò lei, tra l’attesa di una vita.

Si salutarono.

Nessun abbraccio, nessun sorriso, nulla. Visti dall’esterno sembravano due appena conosciuti, eppure erano gli amici di una vita.

A lei tremò il cuore.
Cominciò a pensare che qualcosa non andava, che c’era qualcosa di strano tra loro.
L’aria pesava, pesava di vissuto da buttare via, di ricordi troppo scomodi e di non voglia di crearne altri.
Mentre lo guardava vedeva sfumare l’idea di immortalare degli abbracci con in testa una corona d’alloro, non si vedeva più come testimone di nozze, né come una spalla su cui piangere.
Lei stessa sentiva di non avere più delle mani in cui ritrovare la pace.

Intorno a loro tutto sapeva di fine.

Lei non si capacitava di quello che stava accadendo, e più voleva sapere e più otteneva nulla.
Gli  scrisse, gli scrisse una lettera a mano, di quelle che non si vedono più da un po’. Una lettera non d’amore, lei mica lo amava, ma d’affetto, d’affetto così simile all’amore che ad un occhio poco allenato all’amicizia vera poteva far paura.
Le foto, c’erano le loro foto e i loro sorrisi, c’erano i momenti passati insieme tra una lacrima e una vittoria.
Lei era lì, ma come incrociò il suo sguardo aveva già capito tutto: quella sarebbe stata l’ultima volta.

Come si salutarono, lei intuì subito che quella sarebbe stata l’ultima volta che lei lo avrebbe aspettato.
Lui aveva una puntualità tutta sua, lei aveva la puntualità dell’orologio, ma andava bene così, perché in quello strano modo di contare, si erano sempre trovati.

L’ultimo cappuccino, l’ultima passeggiata, l’ultima chiacchierata.

Lei non sapeva dire “addio”.
Le disse “ciao, ci sentiamo”, con freddezza, due baci sulle guance, un pugno nello stomaco e il cuore che piangeva.
Piange ancora, di meno forse, ma piange ancora.
Lei non sapeva dire “addio”.
Le disse che sarebbe tornata a piedi.
Camminò, camminò tanto e vide il ricordo di lui sbiadire, diventare bianco e nero.

Lei non sapeva dire “addio”.
Cominciò a piangere, pensò che non era vero niente, che era un incubo, che domani, come sempre, lui ci sarebbe stato.
Lui era strano, aveva i momenti suoi, diceva una cosa e poi la smentiva. Non era contraddittorio, lei lo definiva particolare. Lei gli voleva bene così.
Non seppe dirgli “addio”.

Lo conservò nel cuore, ogni tanto rispolverava il suo ricordo.

Gli scrisse che non era possibile che lui non fosse più legato a lei, gli chiese perché.
Lei ancora aspetta.
Un giorno decise di scrivergli una lettera, che non avrebbe mai mandato, ma che avrebbe conservato.
Scrisse a lui, per mandarla a se stessa.
In quella lettera scrisse “ADDIO”.
Solo quella parola.

Lei sapeva ora dire “addio”.
La scrisse sul suo cuore, chiuse a chiave quell’angolo e andò avanti.
Una cicatrice in più, ma aveva imparato a dire “addio” e così finalmente, fu libera.

Filosofa Atipica per RadioArtistaWeb

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