Ci illudiamo spesso che la solitudine sia bella, che noi da soli siamo i migliori e che non necessitiamo di nessuno per vivere.
Ci illudiamo che il non avere impegni d’affetto ci doni, che non avere nessuno che ci chieda come ci sentiamo sia una fortuna. Ci illudiamo perché in passato il dare tante spiegazioni, diventava il darne troppe e quindi la stanchezza di parlare ha prevalso e abbiamo sognato la solitudine.
E ora che l’abbiamo trovata, o che lei ha trovato noi, ci illudiamo che si stia meglio, che il non aver nessuno di cui prenderci cura o che si prenda cura di noi, ci doni.

Ma poi arriva la sera.

Arriva il momento in cui ci togliamo i vestiti che ci intrappolano nell’apparenza, e così, nudi di essenza ci tremano le ginocchia.
Estremamente fragili ed estremamente soli.
Guardiamo fuori dalla finestra, ma le luci calde di quel salotto in cui due cuori si scambiano la vita, ci arriva agli occhi come un pugno allo stomaco. E allora guardiamo in basso: lì in fondo alla strada due labbra si scambiano promesse d’amore, che solo il tempo avrà il coraggio di mantenere.

Ci nascondiamo da questo mondo che smentisce la nostra voglia di solitudine, e chiudiamo le tende.
Le chiudiamo perché l’illusione che da soli si stia meglio, è messa di fronte la realtà della notte che, con i suoi colori scuri, ha sempre la sua ragione.

Siamo soli e la solitudine non ci dona affatto, soprattutto questa notte in cui fuori fa freddo e dentro c’è il gelo.
Nudi nella nostra essenza ci sentiamo fragili, perché lo siamo, soli siamo esposti agli attacchi del mondo senza nessuno che ci sostenga, che ci impedisca di cadere a terra quando la debolezza ci sovrasta e la ragione per sorridere tarda ad arrivare.

Fragili cerchiamo disperati un appiglio.
Nel fondo di un telefono andiamo alla ricerca di un numero che appartenga ad un’anima che ci ami, ma per qualche assurdo gioco del destino, ci sentiamo dimenticati.
E forse lo siamo stati davvero, e non sappiamo perché, perché noi lo sappiamo che abbiamo amato forte, che abbiamo amato tanto. E forse è stato quello il problema, il problema è stato dipendere dall’amore a tal punto da richiederne un’attenzione eccessiva, e l’amore invece chiede il respiro della semplicità.

E allora, mentre cerchiamo nel fondo di un telefono un’anima che ci salvi, spegniamo tutto. Perché siamo ancora dipendenti dagli affetti che ci salvano, ne siamo dipendenti ed era quello che ci faceva ricercare la solitudine, perché sapevamo che in fondo, quello che stavamo costruendo si reggeva su fondamenta deboli, oppure perché in fondo lo sapevamo che i cuori che si sentono costretti ad amare, poi fuggono, e allora siamo scappati noi prima che scappassero loro, perché il dolore dell’essere abbandonati lo avevamo già provato che una seconda volta non ce l’avremo fatta.

E arriva la sera.

E nella sera ci rendiamo conto che l’amore va lasciato libero, e allora, nella nostra fragile essenza, chiudiamo gli occhi, poggiamo il volto su un cuscino, illudendoci che va bene quella notte senza l’idea dell’affetto che ci riscalda.

Ci illudiamo con la speranza che però, la notte dopo, l’amore venga a colorare la nostra anima.

Filosofa Atipica

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