Quattro anni fa sono venuta a vivere in questa nuova casa.

C’era un bar di fronte, che dopo otto mesi ha chiuso. C’era il covid. Non ha mai riaperto. Per qualche anno ho visto la serranda abbassata e il tempo che passava intorno.

Sono poi iniziati dei lavori.

Ho cominciato a vedere movimento e qualcosa che prendeva forma. Ho visto i sogni e i sacrifici di qualcuno prendere forma. Li vedevo spesso al telefono, c’era qualcuno che scaricava gli arredamenti, qualcuno che si arrabbiava e qualcuno che sorrideva.

I sogni.

I sogni ci fanno sempre uno strano effetto, ma alla fine è sempre un bell’effetto, a prescindere poi dalla direzione che prendono. Mentre sogniamo siamo vivi, siamo accesi, ci arrabbiamo, ridiamo, ci impegniamo.

Siamo vivi.

E così un anno fa ha aperto un nuovo bar di fronte casa mia.

Alle sei di mattina sentivo dal letto le serrande alzarsi e io che mi ritenevo fortunata a poter alzarmi un’ora dopo rispetto a chi già stava lavorando.

Quando suonava poi la mia sveglia e alzavo io la serranda di casa, vedere quella luce dal bar, vedere i tavoli fuori e qualcuno che già iniziava ad andare lì mi faceva stare bene. Sentivo la vita addosso, sentivo il rumore delle tazzine e mi immaginavo vite, sogni e disillusioni.

Sentivo.

Nel corso dell’anno sono andata spesso in quel bar. Approfittavo della mia pausa pranzo per fare scorta di sorrisi e umanità. Non parlavo molto, mi vergogno sempre tanto e quando mi sorridono dicendo “il solito?” mi viene sempre un po’ da scappare. Ma poi non l’ho fatto, non sono scappata, sono rimasta.

Per un intero anno spesso andavo lì e prendevo il solito.

Pioggia, sole, vento, quel bar comunque era lì, con i suoi caffè, il suo pane, i suoi aperitivi, i suoi cappuccini e i sorrisi di chi in quell’attività ci ha messo il cuore, non solo i soldi.

Arriviamo ad agosto di quest’anno.

La serranda si abbassa. Estate, è normale, vanno in ferie.

Arriva settembre e la serranda è ancora abbassata.

Cosa sarà successo? mi chiedo mentre quel tempo inizia a passare intorno alla serranda. Non ci sono cartelli, non ci sono movimenti, solo di nuovo una serranda abbassata e il tempo intorno che passa.

Arriva oggi.

La serranda è aperta a metà, vedo del movimento. Forse stanno sistemando per aprire di nuovo. Forse il sogno non è finito. Ci saranno altri cappuccini, altre chiacchiere, altri “il solito“. Magari imparerò ad essere meno timida e accompagnare più parole ai miei sorrisi.

Forse.

O forse no.

Pausa pranzo.

Scendo. Passo lì davanti. Vedo il proprietario, mi riconosce, alza la mano per salutarmi e si avvicina.

Mi fermo. Lo saluto e gli chiedo se va tutto bene.

Stiamo chiudendo“.

Rimango per un secondo in silenzio. Vorrei spiegargli che sento mio il suo dispiacere e questo mi lascia senza fiato. Vorrei dirgli che sento il suo sogno a terra e fa male. Ma non lo faccio, non voglio sembrare più strana di quello che forse già sembro.

Mi spiega che chi gli affitta il locale sta vendendo, e quindi per loro non c’è futuro. Me lo dice e intanto si guarda intorno, guarda quel piccolo paradiso a cui aveva dato vita e che ora dovrà sparire.

Non so che dire, mi dispiace sembra così banale, eppure, sono le uniche parole che riesco a tirare fuori.

Mi dice “Ci abbiamo provato, è stato bello finché è durato“.

Ci salutiamo.

Cammino.

Mi sento un po’ persa. Ho i pensieri che viaggiano confusi, sconnessi, ma in tutto questo caos, non riesco a non pensare alle ultime parole: “ci abbiamo provato”.

Tutti i nostri sogni si meriterebbero una possibilità, si meriterebbero di essere lanciati contro la realtà per provare a galleggiare. Dovrebbe tenerci svegli il provare a realizzarci, non l’angoscia di non averci mai provato. Magari così, anche se per poco, scopriremo la vera felicità.

Mi guardo.

Mi ripenso più giovane quando avevo così forza e fiducia nel futuro, quando i miei sogni non erano definiti, ma li sentivo. Mi vedo così cambiata. Mi vedo arresa.

Ci abbiamo provato.

Mi dico che forse dovrei provarci anche io, anche solo provare a pensarci di provare. Non so cosa, ma qualcosa. Mi dico che questa vita, con questa gabbia dorata intorno, non è la mia, non può essere la mia.

Torno a casa e mi affaccio dalla finestra.

Vedo il proprietario di quel sogno abbassare la serranda, chiudere con un catenaccio.

Sento il suo dolore, ma allo stesso tempo sento che non ha il rimpianto di non averci mai provato, perché lui ci ha provato ed è quello che un giorno vorrei sentire anche io nella vita, il non rimpianto.

Ma entro intanto di nuovo nella mia gabbia dorata, forse con una consapevolezza in più e un sogno all’angolo della mente.

Chissà.

Filosofa Atipica

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