Credevo che alla fine, a te, non avrei scritto nulla. In fondo credevo che non avrei avuto nessun tipo di pentimento. Come potevo pentirmi di qualcosa che avevo causato io?
Dovevamo immaginarcelo invece: si sa che io sono tante parole e pochi fatti. Dovevamo saperlo che se avessi agito – non sapendo come fare – lo avrei fatto male.

Se mi pento?
Tutti i giorni.

 Tutti i giorni credo, e so di aver sbagliato, so di aver fatto qualcosa di irreparabile.
C’è chi dice che tutto si ripara. Ne siete sicuri?
Io non ci sono mai riuscita a riparare un cuore in corto circuito.
A volte mi manca l’aria, a volte ne sento troppa nei polmoni che non so come liberarmene.
E allora mi chiudo in me stessa.
E allora parlo tanto.
E allora rido senza motivo, o ne trovo uno tanto per giustificarmi, tanto per non dare troppe spiegazioni.
Pensavo che avrei smesso di pensarti, non credevo nemmeno di tornare a pensarti con un sorriso, o se lo pensavo, non credevo che sarebbe stato accompagnato da una dose non poco generosa di occhi lucidi.

Credevo di aver fatto la scelta giusta.

 Ora mi è chiaro: era semplicemente la cosa più semplice da fare e quindi, senza nemmeno pensarci troppo, l’ho fatta.
Ho animato una festa di parole, un tripudio di cose che non mi stavano bene, di cose che non so nemmeno io.

Ero così confusa.

 A distanza di anni so che il problema con te ero sempre stata io, mai tu. Eri difficile quello sì, a tratti terribilmente pesante, sentivo un laccio al collo, e io così dedita alla libertà non avrei potuto permetterlo,
ma in fondo chi è che è perfetto?
Io di certo no, non mi ci sono mai sentita e oggi mi sento fuori luogo più che mai.

A volte eri pesante con me, ma io lo ero nel modo in cui interpretavo i tuoi messaggi.
Ci eravamo sempre andate bene, cosa era successo? Ero cambiata? Eri cambiata? Credo che lo eravamo entrambe, solo che io ero cambiata in un modo strano, io mi ero messa in stand-by e non avevo voglia di svegliarmi.
Vivevo male e pretendevo – senza nemmeno rendermene conto – che qualcuno mi aiutasse. Ma non chiedevo aiuto, volevo solo che gli altri soffrissero come me.
Se ci ripenso mi faccio schifo!
Come si può essere leggeri a sapere che il tuo stesso dolore è condiviso? Il «mal comune è mezzo gaudio» è una cavolata incredibile, il mal comune è mal comune e punto. È che noi non ce la facciamo a portarci una croce e non rompere, noi ci spezziamo un’unghia e vogliamo che il mondo intero in quel momento abbia la nostra stessa sorte.
Difficile ammettere che siamo così, difficile per me ammettere che avrei dovuto azionarmi e rendermi conto che il vuoto intorno me lo stavo costruendo da sola. E sì, ce li avevo i problemi, e ce li ho anche ora, ma cosa mi dava il diritto di odiare il mondo che magari se la passava meglio?

Per colpa di qualcuno che aveva affittato il mio cuore per un’amicizia a tempo determinato, dovevamo rimetterci noi che forse saremo state eterne?

Ieri me lo sono chiesta, ieri mentre qualcuna con il tuo profumo mi parlava non avendo la tua voce.
Oggi me lo chiedo come sarebbe ora, ora che mi sono svegliata, ora che sto ho gli stessi problemi, ma occhi diversi, ora che non mi frega del mondo che sorride, perché ogni giorno provo a farlo anche io.
Ieri me lo sono chiesta come saremo state ora, ieri mentre ridevo felice con altri e pensavo che sarebbe stato bello continuare la passeggiata nella vita con te. Me lo sono chiesta mentre annoiata volevo chiederti cosa stavi facendo, e dirti che ora ero nata di nuovo e stavo facendo di tutto per non morire un’altra volta.

Ho scambiato pregi per difetti, ho trovato una scusa e me ne sono andata.
Credevo che tutto si sarebbe sistemato, ma in fondo non lo volevo.
Volevo stare sola.
Ci sono riuscita e ora accarezzo il nulla che credevo tutto tra le mani.
Mi mancano quei messaggi improvvisi. Mi manca addirittura il sentirmi pesante perché amata.
Come ho fatto quel giorno a dimenticarmi di tutto questo?
Come ho fatto ad essere come chi mi aveva strappato il cuore qualche tempo prima?

Incredibile come il tempo non guarisce, ma chiarisce dentro di te, dandoti la percezione – chissà se poi quella giusta – di quello che avresti potuto fare e non hai fatto.
Non agiamo e se lo facciamo, lo facciamo male.
Io l’avevo fatto male e ieri me lo sono detta mille volte mentre ridevo, oggi me lo sono detta altrettante volte mentre piangevo.

Questa lettera è stata scritta tanti anni fa, l’ho ritrovata sepolta tra le varie storie andate, tra quelle cancellate, i cui ricordi sono sbiaditi e quelle indelebili, come la nostra. L’ho ritrovata, e oggi mi chiedo perché, tanti anni fa, non ho avuto il coraggio di parlarti. Forse è vero che per ogni cosa c’è il suo tempo, forse saremo davvero eterne, ma in momenti diversi. Non lo so, so solo che ora ho il coraggio di parlarti, so solo che vorrei tornare a passeggiare con te.

Filosofa Atipica

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