Il suono della sveglia mi ricorda che i miei sogni anche per questa notte sono finiti.

Mi alzo ormai da tre mesi senza la passione di prima, quella che mi faceva sorridere di fronte l’idea che sarebbe stata un’altra giornata tutta da scoprire.

La realtà è che non c’è un inizio a questa storia, e nemmeno una fine, o almeno non ancora. È una storia di chi ha provato tante volte a cercarsi, ma mai – forse – abbastanza da arrivare a sfiorare la propria essenza. È la storia di chi ci ha però provato abbastanza da avere il cuore spaventato dal tentare un’altra volta: cadere, con ancora l’anima in frantumi, fa sempre un po’ più male di quando si cade quando si è integri. È la mia storia, ma anche la tua, è la storia di chi in un sogno ci vuole mettere la vita.

Da quando sono piccola due cose sono costanti nella mia vita: gli alti e bassi e la scrittura. Sono sempre stata molto sensibile e questo fa di me una potenziale vittima del mondo: più senti, più soffri, o almeno così mi hanno detto. Poi è successo qualcosa, una vera e propria epifania. Mi hanno chiesto di raccontarmi, di raccontare come vedevo il mondo, di raccontare le mie paure, e da lì non ho mai smesso di raccontare ogni cosa. Capovolgevo il mondo e immaginavo che una nuvola fosse la mia casa. Era tutto molto semplice così, lo era anche quando in un’altra casa, quella in cui vivevo con il corpo e non con la mente, i rancori di un essere umano si trasformavano in mostri selvaggi che sbattevano contro il muro la mia sensibilità riducendo i miei piccoli occhi in una valle piene di lacrime. Ma questa è un’altra storia, ciò che conta è che tra questi alti e bassi sono cresciuta, non ho abbandonato la scrittura, o meglio, lei non ha abbandonato me e mi ritrovo oggi, laureata in filosofia con lode, piena di sogni, aspettative, delusioni e stagista. Sembra essere la nostra condizione naturale, la condizione naturale dei giovani e non: eterni stagisti. Non c’è nulla di male ad essere messi alla prova, ma parliamoci chiaro: è davvero una prova o è un modo di accontentarci con la scusa dell’esperienza?

Ma facciamo un passo indietro.

Era un anno che cercavo una qualche occupazione. Avevo paura di far parte di quella sfortunata percentuale di cui parlavano continuamente al telegiornale: i disoccupati. Sono sempre un po’ perplessa quando in queste statistiche tirano fuori gli inattivi: come sanno chi cerca o meno lavoro? Ma non era dato saperlo, «ci sono dei sistemi che…» e mentre c’era la spiegazione logica, la mia mente stava già costruendo una storia a parte.

Da sempre distratta, immaginavo come vivesse un particolare, quelli che nessuno nota, ma che tutti vorrebbero essere.

Ritorniamo a noi, altrimenti, a furia di aprire parentesi, una la dimenticheremo aperta.

Cercavo un lavoro, un lavoretto, un’esperienza da fare, perché altrimenti non sarei stata appetibile per il mondo del lavoro. Come glielo spieghi al business che tu vuoi crescere anche come essere umano e non solo come prodotto? Nel frattempo ero una studentessa di filosofia, e questo faceva di me la barzelletta del mondo. Sono inutile secondo i dettami sociali contemporanei e – sempre secondo quest’entità che chiamiamo società – penso un po’ troppo e questo risultava essere un problema un po’ ovunque. Il fatto che fossi una studentessa di filosofia, o meglio ancora, una che amasse la filosofia e la conoscenza in generale, faceva di me una persona curiosa che faceva tante domande e, soprattutto, se le faceva. Ottimista in principio davanti agli annunci di lavoro, dopo un secondo ero presa dallo sconforto. Insomma, ero arrivata alla conclusione che dai 19 ai 30 anni devi aver creato te stesso. Proprio come fossimo pezzetti delle costruzioni, dovevamo scegliere fin da subito i pezzi migliori e nel più breve tempo possibile. Gli errori erano consentiti al minimo, per cui, senza pensarci troppo, dovevi – se la tua intenzione era laurearti – scegliere il lavoro della tua vita, conquistare il “pezzo di carta” nel più breve tempo possibile (fa nulla se poi sappiamo tutto molto superficialmente), trovare lavoro, o meglio, fare esperienza, nel frattempo innamorarti follemente, sognare la casa al mare e l’odore dei ciliegi in fiore, firmare un contratto semindeterminato (ormai l’incertezza è un must delle nostre vite), sposarti o, meglio ancora, convivere (perché il matrimonio ormai è cosa vecchia), aprire un mutuo per una casa minuscola con angolo cottura e angolo sogni in cui ci si fa ritorno solo la sera e infine fare figli, uno al massimo due.

Sono uscita un po’ fuori da questa tabella di marcia, da questi schemi. Da quando sono piccola esco sempre fuori dagli schemi, forse perché sono cresciuta in una cameretta senza finestre e questo mi ha permesso di non fermarmi al modello di mondo preimpostato, alle mura convenzionali della vita, agli schemi rigidi della società modello; sono sempre, insomma, voluta andare un po’ più in là. Ricordo ancora quando a scuola mi facevano fare le cornicette e io attenta a non uscire fuori dalle righe, per essere, almeno una volta, come tutti gli altri, mi trovavo d’un tratto di fronte tutto che assumeva la forma di una nuvola indefinita: io ci vedevo la bellezza, qualcosa di speciale, il mondo qualcosa di scorretto, ma peggio ancora, di insensato. La mia fantasia, che si sviluppava a dismisura grazie alla finestra sulla mia mente e non sul mondo, cominciava a tremare di paura di fronte una società che sembrava non accettarla. Di nuovo la scrittura mi ha protetta. Mi ha fatto salire sulle sue pagine bianche e mi ha coccolata con il calore dell’inchiostro. Sono una di quelle ragazze che usa una borsetta solo per portare un libro da leggere, un quaderno e una penna perché le emozioni non hanno un orario preciso.

Dopo una ricerca spasmodica, aiutata anche dal mio angelo custode, il mio migliore amico, il mio porto sicuro, o come mi piace definirlo il mio “amico speciale”, perché dire “fidanzato” mi imbarazza da sempre, ecco lì, un annuncio che sembra fare al caso mio. Web editor, copy writer, ruoli che sembrano essere tutti un sinonimo fino a quando qualcuno non ci chiede la differenza, ma a quanto pare, risultavano essere l’unica cosa che avrei potuto fare. Sono sempre stata dell’idea che la mia passione, la mia scrittura che sempre mi ha salvata, non sarebbe potuta, o meglio, non sarebbe dovuta diventare il mio sostentamento, altrimenti avrebbe perso quel potere salvifico, altrimenti io l’avrei tradita banalizzandola e barattandola con il denaro, ma quell’orologio a forma di società, mi ricordava che avevo già perso troppo tempo. Avrei dovuto fare le piccole esperienze mentre frequentavo l’università, ma non lo feci, un po’ perché io le mie esperienze di vita professionale amavo farle in facoltà, un po’ perché io avevo cercato, ma non avevo trovato nulla, o almeno nulla che facesse. In entrambi i casi, il risultato era lo stesso: ero solo una studentessa. Lo so che mi ero messa tardi alla ricerca, avevo 24 anni quando mi sono decisa a smettere di essere Peter Pan e concretizzarmi, ma in fondo non si può mica mettere fretta alla vita. Sta di fatto che a 24 anni mi sono lanciata alla ricerca del fantomatico “tesserino da giornalista”. Ho trovato altro, ma non tutto malvagio, anzi, ero finalmente uscita allo scoperto con la scrittura. Ciò che scrivevo cominciava a prendere la forma di articoli, piccole riflessioni in ottica SEO, quella che i sistemi tanto amano, che grazie alla filosofia e alla sensibilità, colpivano un po’ di persone, specialmente chi mi ama. Si sa in fondo che è così, come quando alla recita scolastica siamo l’albero e nostra madre ci riprende con la telecamera come se fossimo attori di Hollywood. Qualche piccola soddisfazione me la sono presa, quello che scrivevo piaceva, quindi, seppur sono ancora convinta che io non scriva bene, o che comunque viva per migliorarmi, piacevo, ma più di tutto, arrivavo al cuore ed emozionavo: quella era la mia vittoria. Inoltre finalmente il mio nome su Google si abbinava alla mia faccia e in quel momento mi andava bene così. Mi fa un po’ sorridere pensare che molti a 24 anni raggiungono sogni e stringono patti con il destino, mentre a me bastava riappropriarmi del mio nome, anzi mi sembrava una conquista l’essermi lanciata nel mondo del web. Ci misi poco a capire che continuavo a non contare granché, ma a me non è mai interessato contare, a me interessava che le mie parole, così come salvavano me, potessero salvare qualcun altro, per questo, in tutto ciò che scrivevo, e che scrivo, non lascio mai fuori l’anima. Ogni parola ha un frammento di cuore, e anche se scrivo di attualità, c’è sempre l’occhio critico a vigilare attento. Le mie esperienze erano quelle. Studiavo, scrivevo e poi d’improvviso finalmente riuscii in ciò che mi ero prefissata tre anni prima: collaborare insieme ad una mia insegnante. Non entro nei dettagli di questa storia, per questa ci vorrebbe un capitolo a parte, e una vita tutta da rivivere, ma quei due anni furono i più belli della mia vita. Avevo realizzato il mio sogno di far parte di qualcosa di più grande, ma soprattutto avevo trovato un posto nel mondo in cui non dover fingere niente: ero me stessa. Come lo capivo? Le mie emicranie erano calate notevolmente e il mio cuore si dilatava al punto giusto da accogliere ancora più particolari. Lì sono gli anni in cui la mia mente è cresciuta e si è rigenerata, dopo gli anni precedenti in cui una piccola depressione aveva abitato il mio sorriso, finalmente avevo gli strumenti per guarire: me stessa. Ciò che studiavo mi forgiava la mente, mi salvava il cuore e di lì, a poco a poco, fui diversa. Iniziai allora a cercare ancora altro, oltre a quello che già facevo, iniziando a sfruttare questa fantomatica scrittura sul web. Iniziai a studiare anche un po’ di linguaggio HTML, insomma, una filosofa che fa finta di programmare è un personaggio titanico, ma potrebbe essere un valore no? E ormai avevo capito che io non potevo contare su grandi esperienze lavorative, l’unica cosa che potevo fare era mettere a frutto ciò che sapevo fare meglio: studiare.

E dopo quest’altra parentesi ritorniamo a noi.

Scrivevo assiduamente da due anni un po’ ovunque, avevo nel frattempo idee e progetti per curare il mondo (amo la strafottenza dei ventenni), ma ero ancora troppo evanescente per concretizzare tutto e avevo da poco anche trovato chi, finalmente, grazie alla mia scrittura, potesse farmi arrivare al tesserino da giornalista, per cui, incastrato nei minimi dettagli, facevo tutto. Studiavo, collaboravo all’università, amavo, fotografavo, riempivo quaderni interi con i pensieri sulla vita, collaboravo con varie realtà virtuali e infine, mi sono laureata. Sono passati più di tre mesi da quel giorno, ricordo ancora il dolore nel petto, la malinconia di quando saluti l’estate, sapendo che quella sarà l’ultima in cui il tuo unico pensiero sarà correre verso il tramonto.

In questo puzzle perfetto, ma non troppo, il tempo per la fantasia non mancava mai. Guardavo sempre il cielo, è la magia più bella, subito dopo il mare. Ma c’era da fare i conti con la realtà, e allora ecco che torniamo all’annuncio che faceva al caso mio e – per un caso strano – anche io sembravo far al caso loro. Ma andiamo con ordine.

Mancava una settimana precisa alla mia laurea, non c’era tempo da perdere, già ne avevo perso abbastanza, dovevo arrendermi anche io al fatto che “il mondo va così”. Uno scambio rapido di email con questa possibilità di fare i conti con la realtà. Io con gli orari incastrati mi stavo presentando davvero in modo pessimo: rimandare l’orario del colloquio, con la gentile richiesta di farlo alle 15. Dopo vari accordi: «cordiali saluti, venga alle 16 30». Potevo farcela.

Il giorno del colloquio fu assurdo. In giro per Roma per mandare in stampa la tesi, 270 pagine tutte pronte per essere rilegate. La difficile scelta della copertina, ma ce l’abbiamo fatta, acconto, ricevuta, e ci vediamo tra due giorni. E di nuovo a cavallo dei mezzi pubblici, tutto in preciso orario, niente strappi nel destino, fino a che: una chiamata dalla copisteria. Ero scesa da poco dall’autobus, ormai dall’altra parte del mio piccolo mondo quando: «la sua copertina è terminata, ci dispiace, non c’è ne siamo accorti prima, quale sceglie?» e parte ad elencarmi alcuni colori, ma io già ero in preda allo sconforto. Come posso scegliere il contenitore della mia essenza in una chiamata? Fermi tutti, incastriamoci al meglio, alle 18.30 prima che la copisteria chiuda, io devo essere lì. Manteniamo la calma, e prepariamoci ad un altro piccolo viaggio in questo mondo strano. Inizia a piovere, il tram non passa, io non ho la più pallida idea di come si arriva in quella azienda. Ma c’è Internet, lo smartphone che mi collega alla mia anima gemella, io che vorrei un abbraccio, ma siamo la generazione – come mi piace chiamarci – delle “mani di ghiaccio”: sfioriamo tasti e allontaniamo il calore dell’epidermide. Scendo dal tram alle 16.24, corro veloce, sbaglio strada, torno indietro, ho sempre odiato arrivare tardi, io che sono sempre puntuale, anzi, io che mi sveglio cinque minuti prima che suoni la sveglia per non farla aspettare. Eccomi, sono arrivata, due minuti di ritardo, per me sono una tragedia, mentre, per la dolce signorina che mi accoglie – solo lei sa da quanto ha smesso di pensare al tempo – nemmeno se ne rende conto. Aspetto dentro una stanza, fa caldo, cerco di sistemarmi, lo strappo nel destino, la corsa, la copertina della tesi mi hanno un po’ scomposta. Mi guardo intorno, leggo documenti datati 2005, buon segno, è un’azienda che sta in piedi da un po’, perché la nostra generazione ha un’altra peculiarità: è sempre in lotta per la sopravvivenza. Sono le 17.15, finalmente mi accolgono, un po’ tardino, ma siamo ancora in perfetto orario. Mi trema un po’ la voce, fingo di essere grande, non so ancora bene se lo sono, ma mi trovo ad un colloquio, mi do un tono. Ho le scarpe da ginnastica, “ma come ci si veste ad un colloquio?” mi chiedo quando è già troppo tardi. Non voglio sembrare quella che non sono, quindi mi presento, così, semplice, senza esperienza se non quella del voler conoscere bene il mondo.

«Conosce gli insight di Facebook?», mi trovo a scuotere la testa più e più volte, non so nulla di tutto questo, entro nel panico, ma sorrido e dico: «So scrivere, o meglio, mi piace scrivere e so imparare velocemente». Comincia a spiegarmi di cosa si occupano, mi perdo. Mi perdo sempre io, non ho senso dell’orientamento né per il mondo, né per le parole che non lo riguardano. Senza farmi vedere controllo l’orologio, il coniglio bianco è lì che batte il piede e io devo fare in tempo, sono già fuori la tabella di marcia dei miei 25 anni, non posso perdere anche quella della giornata. Che brutta figura, lui se ne accorge, non si può mica guardare l’orologio mentre ti affacci al mondo del lavoro, il mondo del lavoro non conosce orari, solo eccessi. «Ha fretta?», mi chiede gentilmente il mio nuovo esaminatore di vita. “Cavolo, sono proprio inadatta, ora cosa gli dico?”. Opto per la verità. Velocemente gli spiego l’incastro strategico della mia giornata, lui sembra comprendere e cordialmente mi chiede altre cose, come quando potrei iniziare, cosa vorrei fare nella vita e la risposta, in ogni luogo è sempre la stessa: «La scrittrice di emozioni». Sono le 17.45, strette di mano e mi accompagna alla porta. Di nuovo la personalità controcorrente che è in me si ferma: «quale sarebbe in caso l’orario?». Controcorrente lo sono solo perché l’essere umano ha dimenticato i propri diritti, ma anche questa è un’altra storia, che sarebbe il caso approfondire, ma le parentesi cominciano ad essere un po’ troppe, quindi continuiamo.

9-18, lunedì-venerdì, questa è la vita della stragrande maggioranza di ognuno di noi.

Scappo lungo le scale, corro da quell’amico speciale che sempre mi salva, mi dispero perché al colloquio potevo dare di più, ma non ci pensiamo ora, sono le 18.15, in barba al coniglio bianco ce l’ho fatta, ho la mia copertina, sorrido, va bene così.

«Con i poteri conferitemi la dichiaro Dottoressa in Filosofia», strette di mano anche qui, belle, forti, già malinconiche. Flash, immortaliamo ogni momento, occhi lucidi, belle parole, abbracci, fiori, sembra stia per partire. Non sono agitata, per la prima volta festeggio dimenticandomi come andavano sempre i festeggiamenti nella mia vita, volevo che tutto fosse perfetto, e allora penso solo a me lì, ho tagliato il traguardo, ma non mi sento leggera, ho paura. “Che ne sarà di me?”, canticchio a mente mentre tutti mi festeggiano e io vorrei evaporare nel vestito provato tante volte fino a diventare quello perfetto.

E come tutte le cose che hanno una fine, c’è qualcosa che ci ricorda che non siamo proprio alla fine: il giorno dopo. Nessuna sveglia, niente da sottolineare, tutto da costruire, ma cosa? Non ho mai avuto piani B nella vita, e nemmeno piani A, questo è il vero problema. Mi sento vuota e spaesata, sembra che nel giro della notte qualcuno sia entrato nella mia esistenza e abbia rovesciato le emozioni. Era passata una settimana dal mio colloquio e non c’era stata quella che aspettiamo un po’ tutti quanti: una chiamata. Ci chiamano tutti continuamente e quando siamo noi a voler essere chiamati, sembra che tutto sia fatto apposta per restare in silenzio. Ma quella volta mi sbagliai, quel giorno dopo il giorno del traguardo, mi chiamano. «Ci vediamo lunedì, si inizia con uno stage di sei mesi e poi vediamo». Piango, poco, ma piango.

Vivo gli ultimi due giorni come vorrei prima di tuffarmi nel mondo dell’(in)solita routine dell’essere umano. Qualche giorno prima ero una studentessa, ora sono una stagista, che equivale a dire: nulla. Perfino in posta è stato difficile catalogarmi per rinnovare la carta. Incerti nel lavoro e incerti nel ruolo da ricoprire, ma andava bene così, l’importante – ormai me ne stavo convincendo anche io – era fare esperienza, piazzarci un codice a barre nel curriculum e sognare fino a farsi male perché bisogna dimenticarlo. Pensavo che però quello fosse il posto giusto per una come me – controcorrente e atipica – per adattarsi, perché in fondo, se mi avevano chiamato un po’ controcorrente lo erano anche loro.

Mi sbagliavo, e questa è la mia storia.

L’entusiasmo iniziale naufragò nelle prime ore della giornata, credo che tutti si fossero dimenticati della mia presenza, ma sembrava che fosse normale il primo giorno, e anche il secondo, e il terzo, e così è passato il primo mese. Presi ogni giorno un appunto su quelle che erano le mie giornate da stagista e sembravano tutte uguali: io davanti un monitor otto ore a non fare nulla. Sembra surreale, e lo è ancora, ma è proprio così, nessuno mi diceva cosa fare e io, che ho sempre protestato, quella volta decisi di aspettare, ma a poco a poco la mia essenza si stava perdendo, la scrittura mi salvava sempre, ma aveva sempre meno tempo per farlo in quegli incastri terribili di minuti eccoci qui, tra vecchi sogni, ne spolverai uno recente: il dottorato di ricerca.

Una mattina di pieno luglio si era rotto qualcosa dentro il mio cuore. Quell’equilibrio precario che mi ero costruita a poco a poco nei mesi precedenti, aveva mostrato in un secondo tutta la sua fragilità. Siamo esseri umani di cristallo che giocano ad essere forti, e mentre fingiamo, un pezzo di noi viene meno.

Non sentivo nulla, ma in quel nulla c’era tutto. Succede, quando perdi, che tutti gli opposti coincidano, combacino perfettamente e in quella coincidenza accade qualcosa. Accade che tutto combaci e noi no. Cuore e anima stridono, cervello e mente si sdoppiano e il corpo sembra solo un involucro vuoto. “Non ammesso”, lessi per la prima volta accanto al mio nome.

Filosofa Atipica

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