«Nella società dell’eccellenza siamo tutti degli sconfitti.»

Ferie estive. Ho finalmente due settimane in cui posso mettere in pausa il mondo della velocità e riprendere in mano – seppur per poco tempo – la passione per la lettura.

Niente come prima è il primo romanzo di Valerio Amilcare, conosciuto sui social come Mangiasogni. Da tempo mi interesso alla sua arte che, attraverso fumetti, immagini e parole, riesce a trasmettere quel senso di vuoto, smarrimento e solitudine che attraversa la nostra generazione. Quale generazione? Quella che vede il mondo cambiare – e peggiorare – ogni giorno di più, che sa di essere fortunata rispetto ai propri nonni che hanno vissuto la guerra, ma che al tempo stesso sono infelici, perché il mondo che vive non ha più prospettive.
Leggendo direttamente le parole di Mangiasogni:

«Il mondo è cambiato così tanto da essere irriconoscibile. Certo che siamo contenti di non dover più sparare ai vicini o agli invasori, ma davvero non riusciamo a imparare che esistono altre forme di dolore che non andrebbero minimizzate e trascurate? Se qualcuno sta peggio, non è che gli altri stiano tutti bene.»

Dolore“, è una delle tematiche predominante in Niente come prima. Un dolore che non si vede, un dolore mentale, un dolore che parte dal cuore, che lascia il proprio seme nella mente e che si trasforma in dolore fisico. Ti capita mai di avere le vertigini o il battito accelerato solo nell’aprire le mail del lavoro? Ti capita mai di non avere la forza, dopo una giornata frenetica, tra urgenze e scadenze, di dedicarti alle tue passioni? Ti senti spento, deluso, demotivato? Ti senti già vecchio e arreso quando hai appena trent’anni?

Leggere questo romanzo è stato come avere un migliore amico che conosce perfettamente i tuoi pensieri, che dice al posto tuo quello di cui tu provi vergogna, o paura di dire. Leggere questo romanzo mi ha fatto sentire meno sola, mi ha fatto sentire compresa.

Non sono quindi l’unica a chiedermi se davvero tutto questo ne vale davvero la pena? Non sono davvero l’unica ad avere paura della morte, ma vederla al tempo stesso come una salvezza? Non sono quindi l’unica a sentirsi a volte esagerata, ma a non riuscire al tempo stesso a respirare bene?

«La mattina mi sveglio, indosso un completo, esco senza riuscire a vedere il cielo, mi infilo in una metro stracolma e penso. Penso che ho ancora così tanto da vivere, così tanti anni davanti a me, fatti di incertezze, di sforzi per sopravvivere ogni mese con uno stipendio sempre uguale mentre il costo aumenta giorno dopo giorno. Penso che gli scemi come me e te e tantissimi altri vivono nella speranza che un domani tutto andrà meglio e ne sarà valsa la pena […].
Ma quale speranza?»

Mangiasogni, nel suo romanzo Niente come prima, parla di un ragazzo, Edoardo, che lascia il suo paese per trasferirsi in città e passare le sue giornate in una prestigiosa azienda fatta di priorità, urgenze, “mezze giornate” e velocità. Edoardo si trova solo, lontano dalla sua famiglia, dai suoi amici, dai suoi affetti per crearsi un futuro fatto di una stabilità che non fa rima con felicità. Edoardo si chiede tutte le sere che senso abbia e non riesce a capire «perché la scelta debba essere tra questa vita di merda e un po’ di stabilità oppure una vita migliore ma con la paura costante di non arrivare a fine mese».

Attraverso Edoardo, Mangiasogni ci racconta le paure, i pensieri di gran parte di noi, quelle paure e quei pensieri che però raramente riusciamo a dire ad alta voce, perché in questa società fatta di bellezza e felicità a tutti i costi, non possiamo sfigurare con la nostra tristezza.

Se parlassimo davvero di come ci sentiamo, tutti ci vedrebbero come deboli, fragili, dei falliti. Ma se fosse proprio questa la chiave di volta? Se un cambiamento reale ci fosse solo se tutti mostrassimo davvero come ci sentiamo senza dover costantemente fingere? E se alla fine ci scoprissimo tutti vicini ad un comune sentire? Se questo ci facesse sentire meno soli? Se questa fosse poi la speranza che ora sembra inesistente?

Accanto a Edoardo c’è Rebecca, una sua amica di infanzia con cui ha condiviso sogni e desideri quando si sentiva ancora pieno di sogni ed energie. Anche Rebecca prova le stesse sensazioni di Edoardo, anche lei, come lui, ha solo venticinque anni e già si sente persa, parte di un ingranaggio, di una vita che non le appartiene. Ci stava provando lei a cambiare vita, ma:

«Neanche gli annunci di lavoro che aveva iniziato a guardare qua e là erano rassicuranti. Parlavano di resilienza, resistenza allo stress, proattività, mettersi a disposizione della ditta, aziende che sono come famiglie. Mille modi per farle capire che in qualunque altro posto avrebbe fatto la stessa vita da cui stava tentando di fuggire.»

Accanto a questi due personaggi, ce ne sono altri, ma particolarmente interessante è una strana creatura, comune sia a Edoardo che a Rebecca, che si fa viva in specifici momenti. Questa creatura parla con loro, è come se trasformasse in parole e immagini quello che loro stanno esattamente pensando, ma non hanno il coraggio di ammettere a se stessi.

Non aggiungo altro per non togliere a nessuno la bellezza malinconica di questo libro, ma vi invito a leggerlo perché offre molti spunti di riflessione sulla vita che ognuno di voi conduce, su come sta cambiando il mondo e sull’importanza che c’è nel chiedere aiuto.

Forse la consapevolezza ci potrà aiutare, ma per farlo dovremo lasciare andare questo mondo finto e affrontare le reali difficoltà – mentali e non – che stiamo vivendo.

Filosofa Atipica

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