La filosofia non serve a nulla, dirai; ma sappi che proprio perché priva del legame di servitù è il sapere più nobile.
Aristotele

Amo sorridere, lo amo così tanto che sento le ossa rotte dentro di me quando le lacrime arrivano prepotenti a solcarmi gli occhi, a solcarmi questo volto che tutte le mattine cerca uno spicchio di sole per sentire l’anima al riparo.

Al riparo dal mondo e il suo gioco strano, al riparo dal passato, una parola che usa spesso e un dolore che non riesce a superare. Al riparo da un essere umano che non l’ha protetta quando le sue piccole mani chiedevano aiuto, ma la sua voce era spaventata per urlare.

Amo sorridere, e ho l’età giusta per le risate forti, quelle sotto le finestre, incurante che è tardi e che la gente dorme; quelle superficiali per un bicchiere d’acqua che si è rovesciato a terra. Ho l’età giusta, anche se non dovrebbe esistere un’età giusta per ridere forte, ho l’età giusta anche se dovremmo sempre trovare il lato buffo della vita, perché solo così riusciremo a vivere bene.

Ma a volte sento che non basta, a volte sento che le risate forti non coprono questo peso, questo peso che come una zavorra mi trascina sempre più in basso.
Il peso di un mondo che non lascia spazio ai nostri sogni, alle nostre aspirazioni, alle nostre speranze di un essere umano migliore.

A volte, quando cammino per strada, mi soffermo a guardare i volti delle persone, mi piace immaginare quello che stanno pensando, e il più delle volte il loro sguardo è rivolto a terra, sommersi dagli impegni che non li rendono felici, da una vita che non volevano, da una vita che mai avrebbero pensato potesse prendere quella piega.

Non ho mai avuto la vita delle fiabe, lo so che esistono gli impegni e le corse da una parte all’altra del mondo solo per un pezzo di tranquillità. So che la vita non potrà mai essere un eterno parco giochi, ma mentre anche io corro da una parte all’altra, carica di bagagli che non contengono la felicità, mi chiedo se tutto questo correre abbia senso per un mondo che ti dice che a sognare si fa male, per un mondo che ti fa correre non per poi realizzare i tuoi sogni, ma per realizzare i suoi.

Che poi…  io parlo di mondo, ma povero mondo.

Quello che impedisce di sognare, di vivere, è l’uomo potente, l’uomo che abituato a vestire di oro, non scenderebbe mai tra i comuni mortali che chiedono solo di poter brillare nel proprio talento.

Io amo scrivere, io amo studiare, io amo l’idea e la realtà di essere una Filosofa e l’uomo mi sorride malvagiamente chiedendomi a “Cosa servo” e nel farlo, mi taglia la speranza dell’occupare un posto nel mondo per cercare di renderlo un posto migliore, o se mi lascia uno spazio, non mi permette di mettere a frutto quelle potenzialità che in potenza sono rare e in atto potrebbero essere uniche. E lascio a casa la modestia mentre lo dico.

Nel chiedermi a “cosa servo” la mia dignità di essere umano viene meno.

Il problema è che io – a sentir loro – non ho la tecnica.

Conosco il pensiero umano, ma non so istallarlo in un’intelligenza artificiale.
Conosco il dolore dell’anima, ma oltre alle mie parole, non so fornire una cura reale per smettere di piangere.
Conosco il sistema nervoso, ormai il cervello è il mio migliore amico, conosco le sue proprietà e le sue funzioni, ma non utilizzo questa conoscenza per plasmare.

Il problema è che noi non siamo nati per “servire a qualcosa”, è per questo che ho gli occhi lucidi quando mi chiedono io a cosa serva.
Non ho gli occhi lucidi perché mi denigrano, a quello nemmeno ci fai caso, quando ami la strada per la quale hai combattuto con coraggio, con coraggio e orgoglio la porti avanti, ma ho gli occhi lucidi perché sono domande che disintegrano la nostra umanità.

Il risvolto della medaglia del mio “non servire” sai qual è?

Che conosco il pensiero umano e questo mi permette di conoscere le implicazioni di cercare di simulare un uomo in una macchina.
Conosco il dolore dell’anima e so che spesso le parole aiutano più di un farmaco, che le lacrime spesso servono a pulire il cuore.
Conosco il cervello è so che fate pubblicità di flessibilità, oscurando quanto più potete la plasticità, quella proprietà che il cervello ha di poter dire “no”, quando qualcosa non va bene, ma è anche quella proprietà che sa farci adattare quando è l’occasione giusta.

In un mondo in cui si impedisce di sognare e di coltivare i propri talenti, non ci sono né vinti e né vincitori.
Perderemo tutti, tutti freddi a guardare a terra.
Senza un futuro vero,
senza risate forti,
senza senso della vita.

Magari pensiamoci quando cerchiamo l’utilità in qualcuno.

Filosofa Atipica

 

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