Era un giorno di fine gennaio, quando il vento non è forte, ma pungente. Si sporse e guardò fuori dalla finestra. Guardò le tante vite che passavano veloci su quella strada che aveva visto tante di quelle volte che aveva ormai perso il conto. Nell’abitudine perdiamo il conto e spesso diamo per scontato quanto sia necessario e importante perdere il conto. Perdere il conto ci permette di rilassarci, di essere sereni.

Perdiamo il conto quando ci sentiamo al sicuro. Ma questo non ce lo ricordiamo mai.

Il sogno guardò fuori dalla finestra.

La nebbia nascondeva le case e questo rendeva questo sogno leggero, leggero perché tutto quel mondo artificiale cominciava a stargli stretto. Vedeva gli altri sogni tutti appesi, lui era uno dei pochi che era resistito alla tempesta della vita che rinnova se stessa. C’è chi fa il cambio di stagione e chi fa il cambio di sogni. Alcuni li teniamo, ma li appendiamo nella parte più alta dell’armadio, quella parte che non abbiamo il coraggio di svuotare, ma non avremmo mai nemmeno la pazienza di sistemare, troppo pigri per ciò che è troppo in alto. Altri sogni li mettiamo nelle scatole, quelle che riponiamo senza troppa cura all’angolo del letto e che apriremo una volta all’anno, spostandole solo per pulire superficialmente il tempo che passa.

Ma torniamo al sogno che guarda dalla finestra. Quel mondo artificiale gli cominciava a stare stretto da quando aveva imparato, insieme all’anima che lo ospitava, a guardare quotidianamente il cielo, più del dovuto, più di quanto non avevano mai fatto. Iniziò a guardare il cielo da quel giorno in cui sentii un uomo che, mentre versava il cappuccino a questa dolce anima che si prendeva cura di lui, quel giorno il sole non lo avrebbe visto per più di nove ore, ma non solo il sole, nemmeno il cielo, perché il mondo ci costringe a dimenticare i colori del cielo, altrimenti vorremmo sognare le stelle, e il sogno, che era fatto di fantasia, sapeva bene cosa avrebbe significato questo sognare le stelle, voler amare il cielo perdutamente.

Da quel giorno, il sogno si promise di guardare il cielo più spesso, come poteva, alla prima occasione e se non vi fosse stata occasione, si promise di trovarla. Noi esseri umani siamo troppo ottusi a volte, aspettiamo il momento giusto e quanto perdiamo in questa attesa ottusa. I nostri sogni sanno essere più intelligenti di noi, i nostri sogni non aspettano il momento giusto, lo creano. È per questo che a volte crediamo di essere stati fortunati, che qualcosa si è realizzato solo perché abbiamo aspettato. In realtà sono stati i nostri sogni. Si sono lanciati, hanno rischiato e nel farlo, ci sono riusciti.

Torniamo di nuovo al sogno che iniziò a guardare sempre più il cielo. Questo suo intenso guardare lo portò da un estremo all’altro: la terra gli cominciava a stare stretta. La terra e quell’essere umano che non faceva altro che separare i suoi occhi da quella distesa celeste, da quell’infinito color del mare. Era come se l’uomo, con questi palazzi enormi e vite chiuse in se stesse, voleva impedire agli altri di lasciare libera la fantasia e con essa i sogni. Che ne sarebbe stato di un essere umano senza sogni? A quel pensiero il sogno che guardava dalla finestra cominciò a tremare: poteva svanire se nessuno si sarebbe preso cura di lui, se tutti avessero deciso di svuotarsi di ideali per abbracciare l’essere estremamente uguali.

Quanto tempo sprechiamo dietro inutili affanni, eppure la felicità sta poco sopra la paura di essere leggeri.

Il sogno guardò fuori dalla finestra e si trovò a sognare. Un sogno che sogna? Sai come sognano i sogni? Sognano ad occhi aperti, sognano con coraggio e audacia, sognano anche sapendo che hanno la stessa essenza dei sogni che stanno sognando. Sognano la realtà, sognano la realizzazione, sognano la distesa di illusioni e disillusioni su cui ballare felici perché ce l’hanno fatta.

Il mondo costringe i sogni ad essere duri e reali, di una realtà fredda, di una realtà che non ci ascolta e ci obbliga dietro impegni che non ci rendono umani, ma ci rendono più simili a macchine che hanno dimenticato di accendere alla parte remota di se stessi.

Quel giorno quel sogno si perse in se stesso come non faceva da tempo, come non aveva fatto mai.dream

Le lacrime bagnavano quello pezzo di mondo che non gli apparteneva, quel pezzo di mondo che invece di elevarlo, lo legava ad un’essenza esterna da se stesso, ad un’essenza che strappata il vero sé.

Il meccanismo malato dell’essere umano è quello che ci fa credere, fino a far nascere i sensi di colpa, che lottare per la propria felicità, che lottare per i propri sogni sia sbagliato, senza capire che solo realizzandoci, saremo persone buone, perché un uomo che non realizza la propria essenza è destinato a rovinare e inquinare quella degli altri.

Quel giorno, il sogno, guardando fuori dalla finestra, si gettò nel vuoto.

Non voleva uccidersi, i sogni non possono morire, i sogni possono svanire, ma quando svaniscono, non scompaiono. Sono come invisibili, ma basterebbe solo un pizzico di coraggio per farli tornare a vivere. Il sogno che guardava quelle vite passare, quelle vite vuote e senza sogni, che guardava quei sogni che seguivano quei corpi sempre più deboli, decise di gettarsi nel vuoto per ritrovare la propria essenza, un’essenza fatta di coraggio e rischio, i due ingredienti per dirsi liberi.

Si gettò nel vuoto pieno di se stesso, una contraddizione in termini, la più dolce, la più vera. Si gettò è li ritrovò se stesso e gli altri sogni, quelli che con lui resistono al tempo, all’odio, alla violenza, alla paura del non trovare rifugio in un cuore coraggioso. Dimenticò che la sensibilità fatica a trovare posto nel mondo disarmato di sorrisi e provò a volare.

Provò a volare sull’incertezza della sua essenza certa. Provò a volare su quel cuore, che stanco, ancora provava a sostenerlo. Si gettò e in quel vuoto trovò la consapevolezza che nulla sarà facile, ma che solo chi ha il coraggio di rischiare, può abbracciare la felicità.

Filosofa Atipica

 

Share
312 views