Tu mi hai sorriso e mi hai raccontato di quella volta che hai scoperto che la felicità è una scelta.

Vorrei che tu ti sedessi accanto a me, e mi raccontassi di quella volta in cui non capivi che non è la felicità a perdere noi, ma siamo noi a perdere la felicità.

Vorrei che tu ti sedessi accanto a me, e che per un attimo, lungo almeno una giornata, ci dimenticassimo che il tempo passa e il dovere ci chiama, e che tu mi spiegassi di quella volta in cui hai capito che la felicità è una scelta.

Lo so, non abbiamo tempo, dobbiamo correre ad occupare il posto che poi magari arriviamo tardi e non lo troviamo, ma con questo peso nella mente non riesco a correre bene.

Io mi fermo un attimo, oggi lascio che il tempo sia solo una convenzione – che poi in fondo come convenzione ci è nato – mi fermo un attimo che ho bisogno di respirare, di iniziare a farlo di nuovo.

Vorrei che mi raccontassi di quella volta in cui vedevi tutti abbracciarsi e tu lontano a vederli felici; vorrei che mi dicessi come sei sopravvissuto a non essere anche tu un soggetto di una qualche foto che intrappolasse la felicità in un attimo eterno.

Hai riso – mi racconti – hai riso mentre lo facevano loro e sei stato bene.

Mentre me lo racconti mi sa un po’ patetico, ma non mi va di confessartelo, questo mondo su misura in cui vivi sembra che ci hai messo un po’ a costruirtelo, ma io non sfuggo mai ai tuoi occhi indagatori e mi dici che sei certo che ti considero patetico.

Provo a spiegarti che non vedo te patetico, ma la situazione paradossale di te che sorridi mentre gli altri si scattano una foto, ma tu mi spieghi che le azioni fanno le persone e le persone fanno le azioni e quindi in fondo, vista sotto quest’ottica, hai ragione tu e io quindi sto dando a te del patetico e non alla situazione.

Ci fermiamo un attimo, o meglio, fermiamo le parole, noi già siamo fermi.

Mi spieghi di nuovo ciò che intendi e mentre lo fai questa volta cerco di capire bene, così magari non ti spieghi due volte – ma mentre penso questo tu sorridi di nuovo, perché lo sai che a questa volta ne seguirà un’altra e poi un’altra ancora.

Mi spieghi che tutto sta nel modo in cui noi guardiamo le cose.

Quel giorno in cui loro scattavano la foto, tu avevi perso tutto.

Avevi perso l’amicizia di una vita, avevi perso la bussola che ti indica la strada, avevi perso il treno e addirittura il portafoglio. Volevi sparire e volevi piangere di fronte quella felicità e quegli abbracci. Forse quello che più ti uccideva erano proprio gli abbracci più che i sorrisi, perché ti ricordavano quelle mattine di scuola in cui ogni saluto erano braccia intorno al collo.

Volevi piangere, ma hai sorriso.

Hai sorriso perché sai – così mi dici – che avevi fatto tutto quello che era possibile: hai lottato per quell’amicizia, hai corso dietro a quel treno che stavi perdendo perché il cuore che batteva forte ti aveva fatto dimenticare il portafoglio al bar dietro l’angolo ed eri tornato indietro, quando ormai era troppo tardi, sia per il treno che per il portafoglio.

Avevi ragione, non ho capito bene nemmeno questa volta, ma ora ammetti che forse non ti sei spiegato molto bene, e allora ci riprovi.

Tu avevi lottato, tu avevi fatto tutto e il tuo cuore lo sapeva, come sapeva che ora non avresti dovuto fare nient’altro se non andare avanti.

E allora, quel giorno, guardando quella gente che sorrideva, hai deciso che avresti sorriso perché avevi perso qualcosa, ma in fondo non tutto.

Avevi chi si prendeva cura del tuo cuore – e in un mondo così assurdo, non è cosa da poco – le foto potevi farle, e nei giorni più fortunati non eri nemmeno solo, perché in quel tutto che avevi perso quel giorno, in fondo non c’era proprio tutto – e per fortuna, aggiungei io.

Avevi comprato un portafoglio nuovo, simile a quello di prima per non dimenticare che ami anche le cose, ma più colorato, per ricordarti che l’inverno lo indossa solo la stagione – la parte burocratica dei documenti l’hai tralasciata, era così poetico che poi l’armonia sarebbe andata distrutta con le noie del mondo.

Quando ti ho chiesto come hai fatto per il treno perso, hai sorriso come sai fare solo tu, con gli occhi che ti brillano: ne hai preso un altro, ma per andare al mare, che era tanto che non lo vedevi e hai sempre voluto andarci almeno una volta nella vita da solo.

È lì che hai capito che in fondo siamo noi che scegliamo di non essere felici – salvo casi in cui effettivamente le lacrime hanno senso di esistere – e che la felicità è una scelta che dovremmo compiere quotidianamente, e quindi hai capito che siamo noi a perdere la felicità.

Ti dico che ammiro il tuo essere così sempre felice.

Mi guardi dritto in fondo agli occhi e ho come l’impressione che in realtà tu mi stia guardando il cuore e mi dici che non sei sempre felice, anzi, ci sono giorni in cui le lacrime sono il tuo vestito, ma la differenza è che poi ti rialzi e sorridi, di nuovo, sempre dopo ogni pianto, ti rialzi e continui a lottare perché ormai hai capito che la felicità è una scelta.

Filosofa Atipica

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