All’apparenza è leggera.
Veste i colori accessi che le risaltano le gote sempre troppo rosse per un mondo troppo grigio anche d’estate.
All’apparenza tutto ciò che ha sembra solido.
Per i canoni comuni, lei è normale, per i suoi canoni, le manca qualcosa.

Cresciuta senza sapere come, all’ombra di un abbraccio che non c’è stato e che le mancherà sempre.
Cresciuta sotto un tempo che le ha chiesto troppo.
Cresciuta in un tempo strappato, in un’infanzia che sa di sfida e di giocattoli mai dimenticati.

I giocattoli, lei, non li ha mai dimenticati in giro, tutto ciò che aveva, imparò a tenerlo tanto stretto tra le braccia. Questo stringere e trattenere forte rappresentava tutta la mancanza di un’esistenza breve, eppure pesante, pesante per occhi piccoli che chiedevano solo di volare.

Non vede mai fuori dalla finestra, ma è stato questo – credo – che le ha dato il potere della fantasia. Ha così imparato ad immaginare le stagioni, le foglie che cadono e il sole che scotta senza bruciare mai.
Ha così iniziato ad amare il mare e a sognare di andarci a vivere, un giorno. Chissà se ci riuscirà mai.

Si ritrova ora, in bilico, senza un passato da amare e con un futuro che, chissà.

Non è triste, ma a volte la sua anima fa fatica ad emergere. Sembra costantemente in lotta tra chi vorrebbe essere e quella paura che non l’ha mai abbandonata. Ci ha provato con gli anni a liberarsene, ma nonostante gli sforzi, nonostante la ricerca di una vi(t)a di fuga, non è mai riuscita a liberarsi da quella sensazione che le intrappola i muscoli e i pensieri.

Stanca.

Ci sono dei momenti in cui il cuore le batte così forte che il petto le fa male. Si sente come trafitta da quei battiti che dovrebbero tenerla in vita. Il respiro si fa irregolare. Lungo le braccia avverte i ricordi che le scorrono giù. La testa le gira e i piedi la tengono incollata a un terreno che ormai sente non andare più bene, perché in fondo, bene non le è andato mai.

Senza sosta, si dimena da un compito all’altro, tra chi la vuole in un modo, e chi in un altro. Tante responsabilità addosso, mai quella di rendersi felice.

Stanca. Così stanca che un giorno andò al mare, un giorno che nessuno aveva stabilito. Non aveva intenzione di abbandonare quel momento. Seduta su un muretto, a guardare le onde, si intrecciò i capelli, come a voler ricominciare.

Stava decidendo che era il momento di riposare. Che avrebbe poi ripreso di nuovo quella corsa, ma con uno spirito diverso, con lo spirito di chi ha deciso che ogni tanto è giusto rallentare, è giusto prendersi una pausa e sentirsi nuovamente.

Quel giorno, su quel muretto, con i capelli tra le dita, pianse il suo passato, gli abbracci mancati e il futuro che chissà. Pianse la paura che non l’aveva mai abbandonata, ma che in fondo voleva solo essere perdonata.

In quel pianto ripulì i suoi occhi. Quel giorno si promise che ce l’avrebbe fatta a salvarsi.

È tempo di riposare” disse mentre respirò così forte da distendere finalmente il cuore, e in un attimo si sentì leggera, leggera per davvero.

Filosofa Atipica

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