7:30 di mattina, traffico, raccordo.
Sgomito un po’ per prendere posto, se a Roma la precedenza è di chi “se la pija”, io la voglio, quindi me la prendo. Sono in fila.

R-accordo. Non sa per niente di accordo, mi sembra tutto estremamente stonato, tutto in disaccordo.

Quello davanti a me frena in continuazione, mio dio lo odio, “mantieni la distanza, così non sei costretto a frenare ogni tre per due“.

Respiro.

Sono fortunata io, mi becco questo delirio solo una volta alla settimana, non ho il diritto di stressarmi. Metto la musica. Sorrido. È una bella giornata, c’è il sole, questo è sufficiente per farmi stare bene.

Non mi basta, stamattina sembra che mi sia alzata con entrambi i piedi sbagliati, e mi fermo qui.

C’è qualcosa che mi turba, lo so, perché rispetto alle altre volte, quando sono in macchina, stamattina non me la sto cantando. Di solito lo faccio, proprio perché sono tra le persone fortunate che vivono il delirio del traffico occasionalmente. Solitamente sfrutto questo momento per dar voce alla mia voglia di fare concerti.

Stamattina no, qualcosa non va.

In un’altra vita vorrei fare la psicologa, in questa forse è il caso che io vada a trovarne uno, ma questa è un’altra storia. Per placare la voglia di psicoanalizzare tutto quello che ho intorno, di solito lo faccio su di me. Ripercorro allora mentalmente tutta la giornata di ieri, per capire cosa c’è che ha turbato il mio umore instabile già di suo.

Ecco, forse ho trovato cosa. Lo capisco perché come porto alla mente quella chiacchierata avuta, ho un magone allo stomaco.

Il magone allo stomaco non mente mai: abbiamo il colpevole.

Non starò di certo a raccontarlo, è roba mia, ma beccatevi la psicanalisi di seguito.

Per colpa – o grazie – al colpevole trovato, rifletto sul potere delle parole. Ho sempre saputo che le parole avessero una grande importanza, le ho sempre pensate, infatti, con una certa ammirazione, e nel tempo ho sempre provato ad usarle con rispetto.

La parola è libera e aperta ad ogni significato e interpretazione. Proprio qui sta il suo potere e a volte la sua condanna: per chi la dice, per chi l’ascolta, per se stessa. Sono arrabbiata perché ho come la sensazione di aver contribuito alla sua condanna, proprio io che vorrei sempre proteggerla.

Fermi tutti. Perché sono stata io? Riesamino allora mentalmente tutta la chiacchierata, tutte quelle parole che mi hanno portata fino a lì. Forse non sono stata io. Dovrei smetterla di incolparmi sempre, di chiedere scusa quando sono gli altri a darmi una spinta.

Basta. Non ho nulla di cui scusarmi, il mio Professore di Filosofia sarebbe proprio fiero di me – o almeno così voglio credere. “Il filosofo è la sentinella dell’umanità“, diceva, “lì dove tutti sono tranquilli, sparge il seme dell’inquietudine“. Forse è successo questo. Chissà.

Passo comunque la giornata nervosa. La mia psicoanalisi nel traffico sembra non sia servita. Ho ancora qualcosa che non va. Faccio però finta di niente, meglio sorridere che doversi di nuovo giustificare per un mondo che non dovrebbe essere così. Ecco cosa c’è che non va.

Altro magone allo stomaco: un altro colpevole.

Facciamo tutti finta di niente. Commentiamo superficialmente qualcosa, ma poi ce la raccontiamo diversamente. Ecco cosa c’è che mi fa stare nervosa. Non vedo verità intorno a me.

Mi arrendo. Solo per qualche ora. Dovrò anche io sopravvivere.

Finalmente fuori, di nuovo. Mi immergo nel traffico.

Ora c’è il tramonto. Bellissimo.

Respiro, ma rispetto a stamattina, lo faccio davvero. Di nuovo le mie amate parole, siamo di nuovo insieme, andiamo a cercare la nostra verità.

A domani.

Filosofa Atipica

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